di Martina Esposito
Con ventidue professionisti africani coinvolti in workshop e residenze nei musei italiani, la scuola si conferma uno degli assi culturali del Piano Mattei. Al centro, formazione, cooperazione e nuove narrazioni condivise tra Italia e Africa

«Il Mediterraneo non è un confine che può separarci». È attorno a questa immagine, evocata da Gerardo Villanacci nella Sala Spadolini del Ministero della Cultura, che si è chiusa la IV edizione della International School of Cultural Heritage, il programma di alta formazione promosso dal MiC e dalla Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali nel quadro del Piano Mattei per l’Africa. Un progetto che, più che sulla retorica della cooperazione, sembra voler costruire una grammatica concreta dello scambio culturale: ventidue professionisti provenienti da dodici Paesi africani — tra direttori museali, curatori, conservatori, archivisti e funzionari del patrimonio dall’Algeria, Angola, Congo-Brazzaville, Costa d’Avorio, Egitto, Ghana, Kenya, Marocco, Mozambico, Senegal, Tanzania e Tunisia— coinvolti in un percorso articolato tra formazione online, workshop a Roma e residenze in sei musei italiani.
Villanacci: «Il Piano Mattei promuove le infrastrutture immateriali»
Nel corso della giornata romana, gli interventi istituzionali hanno insistito soprattutto sull’idea di una relazione paritaria tra Italia e continente africano, fondata sulla formazione e sulla costruzione di reti professionali condivise. «Il futuro del mondo non si può scrivere senza l’Africa», ha dichiarato Villanacci, sottolineando come il Piano Mattei rappresenti «ciò che abbiamo più a cuore». Una visione che, secondo il presidente della Scuola nazionale del patrimonio, riguarda non soltanto le infrastrutture materiali ma anche quelle «immateriali»: le persone, il sapere, la trasmissione delle competenze. In questo senso la scuola — giunta alla quarta edizione — rivendica un ruolo strategico di coordinamento formativo all’interno del Ministero della Cultura e dell’intero sistema pubblico legato al patrimonio. «Mettiamo le persone al centro di qualsiasi sistema», ha spiegato Villanacci, ricordando il coinvolgimento di istituzioni, professionisti e musei italiani nella costruzione del programma.
A definire il quadro geopolitico dell’iniziativa è stato invece Clemente Contestabile, consigliere diplomatico del ministro della Cultura Alessandro Giuli, che ha parlato di «un programma che unisce le due sponde del Mediterraneo» attraverso lo scambio di esperienze e competenze nel campo della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale. «La cultura è un pilastro della società e dell’economia italiana e l’Italia ha tanto da dare al mondo», ha affermato Contestabile, inserendo il progetto dentro la più ampia strategia culturale del Piano Mattei. Un approccio che, almeno nelle intenzioni espresse dagli interlocutori istituzionali, punta a superare modelli gerarchici o paternalistici. «Noi non vogliamo assolutamente imporre la nostra visione», ha detto il consigliere diplomatico, «il nostro approccio parte dall’ascolto».
Il riferimento alla Biennale di Venezia è arrivato quasi naturalmente. Contestabile ha ricordato la sessantunesima edizione curata da Koyo Kouoh e intitolata In Minor Keys, sottolineando la presenza di tredici Stati africani e la necessità di valorizzare la diversità culturale anche dentro una prospettiva africana. Un passaggio che restituisce bene il clima culturale in cui è in gioco una ridefinizione delle geografie culturali del Mediterraneo e del rapporto tra Europa e Africa.
La formazione del capitale umano al centro del Piano Mattei
Anche Anna Veronica Gianasso, senior executive della Struttura di missione per l’attuazione del Piano Mattei della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha insistito sull’idea di «un partenariato paritario costruito attorno a esigenze comuni», ricordando come il Piano Mattei, fin dal secondo vertice di Addis Abeba, abbia posto al centro la formazione del capitale umano come elemento essenziale del dialogo tra società e istituzioni culturali. «La cultura supera il singolo progetto», ha spiegato, «e rende possibile trasformare un accordo in una relazione».
Più orientato sul ruolo della diplomazia culturale l’intervento di Filippo La Rosa, vice direttore generale e direttore centrale per la promozione della cultura e della lingua italiana del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, che ha ricordato il lavoro degli Istituti Italiani di Cultura nel continente africano come «grandi momenti di dialogo interculturale», sottolineando come la cultura sia uno strumento di soft power. Infatti, intessendo e rinforzando un sistema di relazioni, questa, secondo La Rosa, possiede anche una forte valenza strategica: «Bisogna guardare alla cultura anche come sviluppo socioeconomico». Nel suo intervento è emersa inoltre una riflessione sul museo contemporaneo come spazio di costruzione identitaria e luogo di rappresentazione internazionale. «L’Africa è un continente enorme e articolato», ha osservato, sottolineando quanto oggi il punto di vista dei pubblici africani possa contribuire a ridefinire le modalità con cui i musei si raccontano e dialogano con le comunità.
International School, Parisi: «La prospettiva del progetto è situata»
Il cuore operativo dell’iniziativa resta però la scuola stessa. La IV edizione della International School of Cultural Heritage, intitolata Managing Art Collections: from ancient to contemporary. Interdisciplinary approaches for museum professionals from the Mediterranean and Africa, ha lavorato sul tema della gestione delle collezioni in chiave interdisciplinare, mettendo in relazione archeologia, arte contemporanea, pratiche curatoriali e mediazione culturale. A descriverne i dettagli è stata Daniela Talamo, Head of the International Unit della Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali, mentre Flavia Parisi, Senior Cultural Policy Expert della Scuola, ha chiarito come il programma si sia sviluppato attraverso una «prospettiva situata», capace di intrecciare pratiche professionali differenti e contesti culturali eterogenei.
Dopo una prima fase online, il percorso è proseguito con workshop a Roma e con un mese di residenze in diverse istituzioni culturali italiane: i protagonisti delle iniziative sono intervenuti al MiC per raccontare la propria esperienza. Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN), il progetto SEA-EMPATHY. Alternative Narratives of a Shared Mediterranean Cultural Heritage, sviluppato da Roza Taane (Algeria) e Nagwa Abdelzaher Mohamed Bakr (Egitto), ha infatti lavorato sulla costruzione di nuove narrazioni condivise del patrimonio mediterraneo attraverso un percorso tematico nelle collezioni del museo, con particolare attenzione alla “biografia” degli oggetti e alle connessioni storiche tra le diverse sponde del Mediterraneo.

Al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, Hafsa El Hassani (Marocco), Yanick Fredmard Mopango Etou (Repubblica del Congo), Aliou Ndiaye (Senegal) e Hadjia Twahir (Kenya) hanno presentato Inheriting Alterity: Materiality and Ideas from the Ancient World to the Modern, un progetto dedicato al tema dell’alterità e delle sue rappresentazioni nel mondo antico e contemporaneo. Nel confronto durante la restituzione finale, il museo è stato descritto soprattutto come spazio di co-creazione, capace di coinvolgere pubblici e comunità nella costruzione condivisa delle interpretazioni del patrimonio. Al MArTA di Taranto, invece, il progetto Sports from antiquity to the present: a perspective on the Mediterranean and beyond, sviluppato da Enas Ibrahim Ahmed Karim (Egitto), Zayd Ouakrim (Marocco), Daniel Haruni Chilonzi (Tanzania) e Nour El Houda Ajili Ep Arfaoui (Tunisia), si inserisce nel programma culturale collegato ai Mediterranean Games Taranto 2026 e riflette sullo sport come elemento di connessione culturale tra le civiltà del Mediterraneo, dall’antichità al presente.

© Foto di Giuseppe Asciutto
Il Museo delle Civiltà di Roma ha ospitato Open Dialogues – African Collections between Archives, Storage, and Contemporary Museum Practices, progetto coordinato da El Hadji Malick Ndiaye (Senegal), Edna Neto (Angola), Grace Jessica Moyongo (Repubblica del Congo) e Abubakari Iddrisu Saeed (Ghana), dedicato allo studio e alla reinterpretazione delle collezioni africane del museo attraverso archivi, pratiche contemporanee e nuove metodologie di ricerca condivisa. Ai Musei e Parchi Archeologici di Praeneste e Gabii, Soufiane Er-Rahoui (Marocco), Myriam Mahmoudi (Tunisia), Islam Ahmed Ghareeb Ahmed Farrag (Egitto) e Kasim Osumanu Mireku (Ghana) hanno lavorato a Gabii Listening Map, un progetto sperimentale di storytelling geolocalizzato che intreccia fotografia, poesia e narrazione sonora per costruire nuove modalità di lettura del paesaggio archeologico.
Infine, al Museo Archeologico Nazionale dell’Agro Falisco e Forte Sangallo di Civita Castellana, Ana Soraya R. C. Marques (Angola), Gon Emile Gueu (Costa d’Avorio), Celestino Siane (Mozambico) e Lucy Herbert Mlangwa (Tanzania) hanno sviluppato Reframing Objects: Intercultural Narratives from the Berman Collection, un lavoro dedicato alla rilettura interculturale della Berman Collection e delle sue stratificazioni storiche, coloniali e museografiche.
A chiudere la giornata è stata la cerimonia di consegna degli attestati ai partecipanti della IV edizione della International School of Cultural Heritage. Un momento che ha restituito il senso più concreto dell’intero progetto: la scuola rappresenta infatti una vera e propria iniziativa capace di mettere al centro lo scambio e la cooperazione tra Paesi, gettando le proprie fondamenta in una concezione della cultura come strumento di soft power e infrastruttura socioeconomica. A monte, un’idea di Mediterraneo come spazio d’incontro di quella che, come ha ricordato Contestabile, il ministro Giuli ha definito “Eurafrica”.
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